Mauro Uberti
LÕestetica del suono al tempo di Monteverdi
Associazione Regionale Cori del
Lazio
CONVEGNO
SULLA VOCALITAÕ
ÇLa
didattica del canto nella storiaÈ
in onore di
Domenico Cieri
Sabato 12
dicembre 2009, 9.30 - 13.00
Aula di
Musica, Universitˆ ÇSapienzaÈ di Roma
Premessa
Il tempo di Monteverdi � l'epoca del
passaggio dalla polifonia al Çrecitar
cantandoÈ ma, dato che questo � un convegno organizzato
dall'Associazione Regionale Cori del Lazio, ho ritenuto opportuno mettere
l'accento pi� sull'aspetto corale che su quello solistico della voce anche
perchŽ agli inizi del Çrecitar cantandoÈ la vocalitˆ non poteva essere altra
che quella usata dai cantori in quel tempo operanti, cio� da esecutori di
musiche polifoniche; del resto almeno nel caso del madrigale essi cantavano giˆ
la propria parte da solisti.
I documenti precedenti lÕinvenzione del
grammofono, che abbiamo a disposizione per ricostruire i caratteri estetici del
suono, sono ovviamente quelli specificamente musicologici e musicali, ma anche
quelli letterari e, vedremo, iconografici. Trattandosi per˜ del suono della
voce, cio� di una funzione fisiologica, gli strumenti per l'analisi e
l'interpretazione dei documenti sono necessariamente la fisiologia e lÕanatomia
cos“ come la fonetica e l'acustica ambientale.
UnÕaltra premessa � da fare: sarebbe
bello se potessimo avere a nostra disposizione tutti e soltanto documenti
corrispondenti al periodo in esame, ma cos“ non �. EÕ opportuno quindi cercare
testimonianze ed indizi utili alla ricerca anche nei periodi precedenti o
seguenti e trarre conclusioni per estrapolazione; se, cio�, testimonianze
relative ad un certo argomento e coerenti fra loro compaiono in periodi
antecedenti e seguenti il periodo monteverdiano costituendo un ponte temporale
che lo comprende, pare a me ragionevole ammettere che i caratteri
dellÕargomento in esame valgano anche per questo.
La vocalitˆ colta dÕoggi
E' importante rendersi conto del fatto
che la vocalitˆ colta alla quale facciamo abitualmente riferimento � quella del
teatro dÕopera attuale; vocalitˆ che � tuttÕaltro che omogenea, ma le cui
varietˆ hanno una radice comune: quella che si forma attorno al 1830 ed �
descritta da Manuel Gar�ia nel suo TraitŽ complet de l'art du chant;[1] tecnica che si disperderˆ poi in altre e diverse
tecniche cos“ come mostra la varietˆ di quelle insegnate nei trattati di canto
che seguiranno.
Questo tipo di vocalitˆ rispondeva e
risponde ancora oggi allÕesigenza giˆ evidenziata dall'Arteaga fin dal 1785[2]
di aumentare la potenza della voce in modo da farla ÇspiccareÈ in mezzo al
suono delle orchestre diventate sempre pi� grandi e fragorose. Oltre alla
potenza, il mezzo fisio-acustico naturale per mettere in evidenza il suono
della voce � quello di rinforzare la cosiddetta Çformante del cantoÈ, cio� il
picco di intensitˆ degli armonici vocali attorno ai 3.000 Hz al quale si deve
il caratteristico smalto della voce cantata; rinforzo che nelle tecniche di
canto romantiche e veriste � accentuato e che sposta lÕattenzione
dellÕascoltatore dal timbro specifico delle vocali a quello generale della voce
del cantore. La soddisfazione dellÕesigenza di fare ÇspiccareÈ la voce sopra il
suono dellÕorchestra ha portato anche ad un profondo cambiamento del gusto
musicale, in conseguenza del quale si accetta come normale il fatto che nella
voce cosiddetta ÇliricaÈ la struttura acustica dei fonemi sia pi� profondamente
alterata rispetto a quella della voce parlata di quanto accadeva con le
tecniche di canto precedenti[3]; si accetta
cio� come normale la diminuzione della comprensibilitˆ.[4]
I comportamenti fonatori adottati con le tecniche romantiche e veriste
determinano pure lÕaccentuazione del vibrato; accentuazione che ha come effetto
psicoacustico quello di trasformarlo in una vera e propria componente timbrica
della voce. Caratteri questi che danno al suono della voce cosiddetta ÇliricaÈ
un carattere ben diverso da quello dellÕepoca di Monteverdi.
La vocalitˆ del tempo di Monteverdi
Premessi questi fatti - ma dovremmo
premetterne molti altri - io ritengo di dover stabilire convenzionalmente la
fine del suono monteverdiano nel 1637, anno dellÕapertura del Teatro San
Cassiano a Venezia, quando cio� lo spettacolo si apre al pubblico pagante e non
� pi� riservato al principe ed ai suoi ÇcortegianiÈ. A me pare che sia corretto
farlo perchŽ da quel momento l'impresario teatrale – o chi per lui
– per fare soldi dovrˆ costruire teatri sempre pi� grandi in modo da
accogliere il maggior numero possibile di spettatori. Creando spazi acustici
sempre pi� grandi dovrˆ chiedere ai compositori di aumentare il numero degli
strumenti in partitura e nellÕorchestra e di conseguenza i cantanti dovranno
cantare sempre pi� forte. Cos“, un passo alla volta, lÕideale estetico vocale
dellÕepoca della quale ci stiamo occupando cambierˆ e si giungerˆ alle proteste
dellÕArteaga ed alla rivoluzione vocale degli anni Õ30 del XIX secolo.
Per inquadrare lÕestetica del suono
vocale, qualunque sia lÕepoca alla quale ci si riferisce, � utile immaginare
un'area di esistenza della vocalitˆ, compresa in un triangolo che abbia come
vertici la potenza, l'agilitˆ e l'espressivitˆ (riassumendo nel termine
ÇespressivitˆÈ tutto ci˜ che si richiede per ÇesprimereÈ, cio� la
comprensibilitˆ della parola e l'espressione vera e propria degli affetti) e
nel quale il tipo di voce impiegato si sposta a volta a volta verso una delle
tre caratteristiche accentuandola a scapito delle altre. Diciamo inoltre che
modi diversi di cantare nei quali prevalgano a volta a volta la potenza di voce,
lÕagilitˆ o lÕespressivitˆ sono sempre esistiti. La citazione pi� antica ed
evidente che io conosca � la lettera a Teofilo Fusco di Camillo Maffei il
quale, lamentandosi della disparitˆ delle opinioni e dei gusti degli
interlocutori con i quali � costretto ad intrattenersi, a proposito del canto
dice: Çun altro non vorrebbe sentir se non passaggi di garganta - cio� di
agilitˆ - un lodare il cantare dolce e soave, un altro il cantar nella
cappellaÈ,[5]
ossia a gran voce come si cantava appunto nelle cappelle.
Categorie di cantori
Vediamo allora chi fossero i cantori
all'epoca di Monteverdi. Erano sia professionisti che, si badi bene,
dilettanti. I professionisti erano cantori pagati per cantare nelle corti
gentilizie e nelle Çchiese o capelleÈ come dice lo Zacconi; i dilettanti erano
invece aristocratici o almeno ricchi borghesi.[6]
Come sempre i professionisti erano selezionati in base alle loro doti naturali,
dipendevano dalla Chiesa o da un aristocratico che li stipendiavano ed erano
selezionati sia per la qualitˆ vocale che per la professionalitˆ musicale.
Diverso il caso dei dilettanti. Oggi noi intendiamo come dilettante colui che
pratica una certa attivitˆ con poco impegno e con scarso magistero; non
dimentichiamo invece che, di per sŽ, il termine sta soltanto ad indicare chi
svolge unÕattivitˆ per diletto e non per lucro. Benedetto Marcello, per
esempio, lo sottolineava firmandosi: ÇBenedetto Marcello, nobile veneto,
dilettante di contrappuntoÈ. Noi sappiamo che l'educazione degli aristocratici,
sia uomini che donne, comprendeva anche la musica. Basta leggere ÇIl
CortegianoÈ[7] di
Baldassarre Castiglione per capire quanta parte avesse la musica, nel XVI
secolo, nella formazione culturale e sociale dellÕuomo di corte: Çio non mi contento del
Cortegiano, s'egli non � ancor musico, e se, oltre allo intendere ed esser
sicuro a libro,[8] non sa di
varii instrumentiÈ.[9] Che la ÇDonna di PalazzoÈ
dovesse avere la stessa preparazione musicale risulta da un altro passo: Çe
per˜... non vorrei vederla usar... nel cantar o sonar quelle diminuzioni forti
e replicate, che mostrano pi� arte che dolcezza, medesimamente gl'instrumenti
di musica che ella usa (secondo me) debbono esser conformi a questa
intenzioneÈ.[10] Il livello di difficoltˆ musicale che la gente di
corte sembrerebbe essere stata abitualmente in grado di superare parrebbe
corrispondere almeno a quello del madrigale ÇLasciare il veloÈ di Francesco de Layolle,[11]
usato come esempio didattico dal
Maffei nella sua lettera sul canto della quale si parlerˆ ancora e che, stante
il tono della lettera stessa, sembra rispondere ad unÕesplicita richiesta di
insegnamento da parte, appunto, di un dilettante: il Conte dÕAltavilla.
Tipi di voce
Prendere come riferimento per la
vocalitˆ colta in generale quella attuale pu˜ indurre in inganno. EÕ bene tener
presente che le classi vocali dellÕopera lirica e in particolare i loro
specifici modi di canto non si sono formati tanto o soltanto in base ad
esigenze compositive, ma anche e soprattutto a quelle commerciali dello
spettacolo: disponibilitˆ per lÕimpresario di cantanti famosi, commissione ai
musicisti di melodrammi su misura agli stessi, abbinamento delle classi vocali
ai ruoli, ecc. In realtˆ Mamma Natura non ha mai fatto le voci divise in classi
o in misure come si fa oggi per i vestiti e le scarpe, ma secondo una
variabilitˆ continua come ella fa per l'altezza del corpo o il colore dei
capelli; il che non toglie che i compositori siano sempre stati costretti a
scrivere parti vocali basse ed acute, la cui tessitura � determinata dalle
leggi dellÕarmonia ed alla quale chi non � dotato di estensione di voce
corrispondente deve adattarsi declassandosi un poÕ verso il basso o verso
lÕacuto. Nessun autore dellÕepoca di Monteverdi, a mia conoscenza, parla di
modi di canto diversi a seconda della classe vocale; anzi, quando Adriano
Banchieri parla delle quattro voci del Çperfetto conserto musicaleÈ, che chiama
ÇSoprana,
Alta, Corista & BassaÈ, egli osserva che la variabilitˆ dei comportamenti
fonatori delle quattro classi vocali � uguale per ognuna di esse: Çil Cantore
che possiede l'una di queste, in tre condicioni la possiede, cio� voce di
testa, voce di petto & voce obtusaÈ[12]
e lo spiega con un discorso che, tradotto nel gergo vocale dÕoggi, significa:
il cantore, qualunque sia la sua classe vocale, pu˜ essere capace di giungere
al registro di testa senza incontrare la difficoltˆ del ÇpassaggioÈ, pu˜ aver
voce limitata al registro di petto oppure stentare a cantare anche in questo.
Senza parlare delle diverse classi vocali, diciotto anni prima Lodovico Zacconi
si era posto il problema ÇDi qual sorte di voci si debbe far elletione per far
buona MusicaÈ[13] e ne aveva
riferito dicendo che Çsenza che nisciuno mai habbia saputo lÕintention mia sono
andato ricercando i diuersi pareri altrui sopra le voci humane, allora che
cantandosi di Musica le voci
sogliono pi� dilettare & piacere: & infatti ho trouato chÕˆ chi nŽ
piace vna forte, & ˆ chi unÕaltra: Ma in fra tanti diuersi pareri, (osseruando)
ho trovato, che tra le uoci di testa & quelle di petto, quelle di petto
sono le migliore per commun parereÈ. Egli parla di Çvoci di testaÈ, Çvoci di
pettoÈ e Çvoci obtuseÈ[14]
per indicare le diverse capacitˆ vocali che, come abbiamo visto, saranno
descritte pi� tardi anche dal Banchieri. Il suo discorso � per˜ interessante
perchŽ egli entra nella questione timbrica dello smalto vocale che egli chiama
Çfrangente acuto & penetrativoÈ[15].
Traducendo in termini fonetici quanto egli dice, mi par di capire che le voci
troppo smaltate come sono quelle Çdi testaÈ non fossero molto apprezzate e che
invece la preferenza andasse a quelle dal timbro pi� equilibrato, cio� quelle
Çdi pettoÈ, il cui timbro tende a quello della voce parlata e nelle quali
possono esprimersi tanto la parola e gli affetti quanto la bellezza della voce
del cantore, non esclusa una giusta dose di smalto.
Se noi dovessimo pensare ad una voce
dÕoggi che corrisponda a quanto ho detto finora, quale esempio potremmo
trovare? Mi � capitato recentemente di riascoltare un disco del Coro
dell'Armata Rossa[16]
di quando ero ragazzo – cio� di ben pi� di mezzo secolo fa – e di
trovarvi un tenorino solista che cantava con una splendida voce naturale,
certamente affinata da uno studio sapiente ma dalla quale erano assenti gli
artifici delle tecniche operistiche. A parte ovviamente la pronuncia perchŽ
cantava in russo e a parte lo stile perchŽ cantava in un coro militare, avrebbe
potuto essere uno splendido cantore da cappella. Il timbro corale �,
ovviamente, la somma dei timbri vocali dei coristi che lo compongono. Dato che
la formazione dei cantanti professionisti attuali � nella maggior parte dei
casi quella del cantante dÕopera, anche il timbro corale della Cappella Sistina
dei tempi antecedenti a quelli del Concilio Vaticano II rassomigliava alquanto
a quello di un coro lirico. Siamo quindi costretti a lavorare di immaginazione
sulla base della nostra esperienza corale e prendendo come modello mentale voci
come, per esempio, quelle del coro dellÕArmata Rossa, fare mentalmente la tara
alla pronuncia ed immaginare un coro di questo tipo vocale ridotto alle
dimensioni di quello della Cappella Sistina.
I castrati
Il 27 settembre 1589 con la bolla ÇCum
pro nostro pastorali munereÈ Sisto V autorizza formalmente la presenza di
castrati nella Cappella Giulia. Il fatto che interessa in questa sede � che
questo tipo di voce con il suo timbro caratteristico entra a far parte anche
ufficialmente dello strumentario vocale dellÕepoca. Di solito quando si vuole
dare oggi un'idea del timbro dei castrati si fa riferimento alle registrazioni
di Alessandro Moreschi del quale esiste oggi in commercio un CD con tutte le
diciotto registrazioni da lui effettuate tra il 1902 e il 1904; registrazioni
alcune delle quali si possono ascoltare anche su YouTube. Posso garantire che
non � attendibile perchŽ io posseggo una registrazione fatta direttamente da un
disco originale dellÕepoca – ÇÕDomine, DomineÕ del Maestro AldegaÈ
– nel quale il timbro del cantante � completamente diverso da quello che
si sente dal CD moderno: per ripulire, cio�, dal fruscio il suono dei dischi
originali sono state tagliate brutalmente le frequenze opportune, motivo per
cui la voce di Alessandro Moreschi nelle due versioni della stessa
registrazione risulta irriconoscibile.
E' ancora vivo, invece, Little Gimmy
Scott (1925), cantante jazz affetto dalla sindrome di Kalmann. La sindrome di
Kalmann � una sindrome rara, che pu˜ colpire individui dei due sessi e in
conseguenza della quale non sono prodotti a sufficienza gli ormoni responsabili
della crescita, motivo per cui le persone che ne sono affette rimangono di
bassa statura, non hanno sviluppo sessuale e mancano del senso dell'olfatto. Il
mancato sviluppo sessuale ha conseguenze anche sulla voce. Nel caso degli
uomini, dato che non avviene la muta, la voce ha la tessitura di quella
femminile ma un timbro caratteristico che � ragionevole pensare che corrisponda
a quello dei castrati artificiali come Alessandro Moreschi, la voce dei quali
non era diventata virile in quanto castrati appunto prima dello sviluppo
sessuale. A parte il fatto che Jimmy Scott ha una ricca discografia facilmente
acquistabile, su YouTube si trovano parecchie sue registrazioni e se teniamo
conto del fatto che sta facendo del jazz, siamo tutti abbastanza esperti di
voci per intuire quale sarebbe il suo timbro di voce se cantasse un altro
repertorio; un timbro che comunque non ha niente a che fare con quello dei
falsettisti con i quali oggi si sostituiscono abitualmente le voci di castrato.
Tecnica vocale
Non si pu˜ parlare di voce cantata
senza fare riferimento alla tecnica con la quale essa � prodotta e quindi del
suono vocale a monte del suo impiego musicale. Prendo in esame per prima la
tecnica da chiesa per passare poi a parlare della tecnica da camera che, anche
se non � sostanzialmente diversa, richiede un discorso pi� complesso.
Incominciamo con l'articolazione. Le
rappresentazioni di cantori in atto di cantare non sono evidentemente
istantanee fotografiche, ma costituiscono lÕimmagine ideale del cantore, quale
si � costituita nella mente dellÕartista grazie alle sue osservazioni dal vivo.
Il modo di atteggiare la bocca costituisce la componente pi� evidente
dellÕarticolazione. Quando devo dare un'idea del comportamento articolatorio
ottimale per lÕemissione di una bella voce naturale io uso lÕimmagine del
cantore posto al centro del gruppo rappresentato da Luca della Robbia in una
delle formelle della Cantoria del Duomo di Firenze.
[17]

EÕ quella che io chiamo Çtecnica vocale
a bilancio energetico minimoÈ,[18]
quella, cio�, con la quale si ottiene una voce musicalmente utile per
estensione, potenza ed omogeneitˆ col minor dispendio di energie e che ritengo
il comportamento fonatorio di base; comportamento sul quale si potranno poi
costruire, a seconda del gusto o delle esigenze, le tecniche vocali desiderate.
Per capire il senso di questa affermazione e per prendere coscienza del
rapporto pneumo-fonico esistente fra la muscolatura craniale, responsabile
dellÕarticolazione e quella addominale, responsabile appunto della componente
respiratoria addominale, si provi a pronunciare la parola ÇbabboÈ tenendosi una
mano sullÕaddome immediatamente sopra il pube; si avvertirˆ come
allÕavanzamento del labbro inferiore – e quindi della mandibola –
necessario alla pronuncia delle [b] corrisponda la contrazione ed il rientro di
quella parte della muscolatura addominale.
L'incisione ÇIl maestro di cantoÈ[19]
� stata ripresa da un quadro del Guercino.

Pur con la barba che ne nasconde un po' la bocca,
l'atteggiamento del maestro di canto � lo stesso cos“ come quello dei due
allievi a bocca aperta che gli stanno accanto, soprattutto quello con il
berretto in testa.
Ancora pi� evidente � questo
atteggiamento nella ÇMadonna in gloriaÈ che si trova nella Cappella Palatina
del Duomo di Colorno (Parma).

E' una statua in cartapesta di Gaetano Callani
(1736-1809), fatta per essere portata in processione e che rappresenta la
Madonna che sale al cielo cantando. Non si conosce la data esatta di quella
statua; non si dimentichi, per˜, che il Callani � contemporaneo di Giovanni
Battista Mancini del quale parler˜ fra poco. Giˆ soltanto osservando i
personaggi delle immagini qui pubblicate, ma ancor pi� se si esaminano gli
altri putti cantori raffigurati nella Cantoria (Internet ci consente di farlo
agevolmente) si possono osservare tante varianti di quellÕatteggiamento quanti
essi sono e, dato che, come giˆ detto, esiste una stretta correlazione fra
lÕatteggiamento articolatorio e la meccanica respiratoria, con lÕesperienza che
si pu˜ acquisire osservando i comportamenti fonatori si pu˜ anche immaginare
con buona approssimazione il tipo di emissione di ognuno di essi. LÕavanzamento
della mandibola come nella pronuncia della [b] si risolve, per quanto riguarda
lÕemissione del suono, nella trazione in avanti, attraverso una catena di
muscoli, ossa e cartilagini, delle corde vocali che sono cos“ scaricate di gran
parte del lavoro fonatorio; tale trazione � pure un fattore di modulazione di
quello smalto della voce, la Çformante del cantoÈ della quale si � giˆ parlato,
che ritroveremo pi� avanti in una citazione dallo Zacconi.
Sembrerebbe
smentire quanto finora ho detto il personaggio raffigurato nel Cantore
appassionato del Giorgione.

EÕ vero che il quadro � del
1507, ma � anche vero che esso rientra nellÕarco temporale preso qui in esame.
LÕatteggiamento articolatorio del Cantore � a bocca socchiusa e non � certo quello di
chi canta a gran voce o facendo dellÕagilitˆ; se per˜ lo mettiamo in relazione
col Çcantare dolce e soaveÈ della citata lettera
a Teofilo Fusco di Camillo Maffei, stante anche lÕatteggiamento del cantore il
conto torna e ci fa intravedere la variabilitˆ dei modi di canto – e
quindi del suono vocale – in una societˆ cos“ impregnata di cultura come
fu quella del rinascimento italiano, della quale Monteverdi faceva ancora
parte.[20]
Camillo Maffei, medico, filosofo e
musicista, nella sua lettera sul canto,[21]
giˆ annunciata nel titolo del libro nel quale si trova la lettera a Teofilo
Fusco, enuncia un decalogo del canto e dice: Çla sesta [regola] � che il
cantore distenda la lingua di modo che la punta arrivi e tochi le radici de'
denti di sottoÈ. Il senso biomeccanico di questa ÇregolaÈ � il seguente: quando
il sostegno dei muscoli addominali non � sufficiente i visceri ricadono per
gravitˆ trascinando indietro e in basso anche la base della lingua e la
laringe, motivo per cui le corde vocali assumono un comportamento fonatorio
vicino a quello del grido e sono costrette a farsi carico di tutto il lavoro
muscolare necessario ad emettere la voce. Maffei, naturalmente, queste cose non
le sa ancora; � un medico, conosce bene lÕanatomia – anche se allÕepoca
la conoscenza di questa materia da parte di un medico era ancora considerata
titolo di merito, ma non indispensabile alla sua professione – e per
descrivere la laringe pare avvalersi delle parole del trattato del Vesalio.[22]
Ha evidentemente l'attitudine e lÕabitudine all'osservazione ed ha appunto
osservato che il buon cantante pronuncia tutte le vocali articolandole con
l'apice della lingua appoggiato agli incisivi inferiori e prescrive questo
atteggiamento come sesta ÇregolaÈ. Per spiegare la correttezza della
prescrizione ci sarebbe da fare un piccolo trattato di fonetica articolatoria.
Qui mi limito ad osservare che ancora Gianbattista Mancini – e stiamo
facendo un salto in avanti di pi� di duecento anni – dirˆ che: Çogni
cantante deve situar la sua bocca come suol situarla quando naturalmente
sorride, cio� in modo che i denti di sopra siano perpendicolarmente e
mediocremente distaccati da quelli di sottoÈ[23].
Il Mancini, cio�, ci dˆ anche la misura dell'avanzamento della mandibola e se
si osservano le immagini che ho citato – ma potrei citarne altre –
si constata che la sua prescrizione e le rappresentazioni iconografiche
corrispondono. Data la continuitˆ dellÕatteggiamento articolatorio che appare
nelle diverse immagini mi pare ragionevole accettare la sua descrizione come
valida anche per quelle dei secoli precedenti.
La lettera del Maffei introduce anche
lÕargomento della respirazione. Egli dice che Çbuono anco rimedio a far buona
voce � il tenere una piastra di piombo nel stomacho si come anche il medesimo
Nerone faceaÈ. Se proviamo a metterci supini con, per esempio, un vocabolario
appoggiato sullo stomaco e ci sforziamo di prendere coscienza della nostra
respirazione scopriamo che il lavoro necessario a sollevare il vocabolario ci
costringe ad una respirazione addominale. Girolamo Mercuriale, il fondatore
della medicina sportiva, nel suo De arte gymnastica[24] per parte sua si rifˆ a certe statuette bronzee di
proprietˆ del Duca di Ferrara, rappresentanti atleti con il torso avvolto da
fasce costrittive. La cosa sembrerebbe strana se nei moderni trattati di
fisioterapia toraco-polmonare non si insegnasse l'uso di fasce costrittive per
sviluppare la respirazione addominale.[25]
Negli stessi tempi il pi� esplicito nel mettere in relazione la muscolatura
addominale con la voce � Gabriele Falloppio il quale dice che: Çal grido, poi,
ed alla voce potente concorrono i muscoli dellÕaddomeÈ.[26]
Di trattatisti musicali che facciano almeno accenno alla respirazione nel canto
conosco soltanto lÕinesauribile Zacconi il quale al capitolo ÇChe stile si
tenghi nel far di gorgia, & dellÕvso de i moderni passaggiÈ[27]
dice: ÇDue cose si ricercano ˆ chi vuol far questa professione petto, &
gola; petto per poter vna simil quantitˆ, & vn tanto numero di figure ˆ
giusto termine condurre; gola poi per poterle agevolmente somministrare: perche
molti non hauendo ne petto ne fiancho, in quattro ouer sei figure conuengano i
suoi disegni interrompereÈ. La frase sarebbe un concentrato di fisiologia
fonatoria da sviscerare e pertanto io mi limito ad osservare quel ÇfianchoÈ
che, stante la mia esperienza di maestro di canto, corrisponde alla sensazione
di lavoro che provano i cantori dotati di buona voce naturale; voce che � anche
frutto di una respirazione combinata la cui componente principale � quella
addominale. E' chiaro che nessuno di questi documenti da solo potrebbe essere
considerato una prova, ma se li mettiamo assieme considerando che la citata
respirazione combinata � quella considerata pi� fisiologica dalla medicina e
che, come detto, le buone voci naturali ne sono dotate per natura, possiamo
dedurre che allÕepoca di Monteverdi si avesse una qualche consapevolezza del
fatto e che essa fosse considerata la migliore. Gli effetti sul suono vocale li
possiamo sperimentare anche oggi: questo tipo di respirazione, esonerando le
corde vocali dalla parte del lavoro di contrazione attiva che non sia quella
necessaria allÕintonazione, contribuisce a dare al suono potenza, smalto e
contemporaneamente morbidezza.
A conclusione di questa disamina mi
pare opportuno presentare qui alcune foto di cantori odierni, scaricate da
YouTube, i cui atteggiamenti articolatori, certamente naturali, richiamano
soprattutto quello dei putti cantori di Luca della Robbia.

Cantore del Coro dellÕArmata Rossa

Joan Baez[28]

DesÕrŽe[29]
I cantori da chiesa dovevano cantare in
ambienti grandi come appunto quelli delle chiese e sappiamo che erano scelti
per la qualitˆ e la potenza delle loro voci; di questa, soprattutto, perchŽ
costava meno pagare pochi cantori che cantassero forte piuttosto che molti
cantori che cantassero piano. Ecco quindi la spiegazione del numero ridotto di
cantori – da 13 fino a 19 – della Cappella Giulia che ai tempi del
Palestrina cantavano in San Pietro.[30]
Alla Cappella Dogale di San Marco, dove si faceva maggior scialo, il numero dei
cantori era di Çtrenta et pi�È, ma se si tiene presente il fatto che le
cantorie di San Marco sono due e che Andrea e Giovanni Gabrieli, per esempio,
compongono sovente a due cori, si ritorna a quindici o sedici cantori per coro.
Non solo, ma si scopre anche che quei signori avevano giˆ inventato la
stereofonia; il solo fatto, cio�, di collocare frontalmente due cori che si
rispondevano dai due lati della navata dava luogo ad un effetto acustico che
anticipava quello dei due diffusori dei nostri impianti ad alta fedeltˆ. Se poi
si tiene conto del fatto che Giovanni in particolare arriva a comporre per
quattro cori[31] –
cori che con la suddivisione dellÕinsieme dei cantori si riducevano in realtˆ
alle dimensioni di gruppi madrigalistici, verosimilmente distribuiti nei
matronei che circondano lÕinterno di San Marco – gli ascoltatori erano
attorniati da suoni provenienti da punti diversi; il che anticipava anche la
pratica diffusasi nella musica dÕavanguardia del secolo scorso, di distribuire
i suonatori ai margini della sala, tutto attorno agli ascoltatori.
Quale fosse lo sforzo per ognuno di
questi cantori ce lo dice il Mercuriale giˆ citato: egli infatti osserva che i
trombettieri, i cantori e i sacerdoti del suo tempo sono categorie
professionali soggette all'ernia.[32]
Quanto cantavano dunque forte i cantori da cappella? Evidentemente tanto da
farsi venire l'ernia. Che le cose non saranno cambiate dopo un secolo lo
testimonierˆ Bernardino Ramazzini da Carpi[33],
il fondatore della medicina del lavoro, il quale, rifacendosi ancora
allÕautoritˆ del Mercuriale e del Falloppio, conferma che ÇÉ i maestri di
canto, i cantori, É e tutti quegli altri, per i quali il canto e l'esercizio
della voce � parte del mestiereÉ A questi per lo pi� � solita venire lÕerniaÈ.[34]
La musica da chiesa era quindi cantata prevalentemente a gran voce e sia il
timbro che lÕespressivitˆ dovevano necessariamente avere i caratteri conseguenti.
Suscita interrogativi lÕaffermazione del Ramazzini secondo il quale i castrati
non sarebbero stati colpiti dallÕernia (cfr. nota 34). La sola ipotesi di
lavoro che mi sentirei di formulare per una ricerca sullÕargomento � che
centodieci anni dopo la bolla di Sisto V – quindi con la libertˆ concessa
alla pratica della castrazione e la conseguente moltiplicazione del numero dei
castrati – si fossero sviluppate una tecnica ed una didattica da teatro,
rivolte sia alla potenza della voce che allÕagilitˆ e, di conseguenza, ad un
corretto uso della cintura muscolare addominale. Non conosco documentazioni
dalle quali si possa dedurre che ai tempi di Monteverdi le tecniche e le
didattiche vocali fossero differenziate.
Fonetica
Per incominciare, il timbro generale
della vocalitˆ sacra era caratterizzato dalla rotunditas del latino, rotunditas che � data dal timbro delle vocali (non si
dimentichi che il latino ha una minore variabilitˆ vocalica dell'italiano
perchŽ ha cinque vocali soltanto), dallÕabbondanza delle consonanti sonore e
dallÕaccentazione prosodica. é comunque evidente nelle composizioni
polifoniche, sia sacre che profane, lÕuso timbrico dei fonemi per una sorta di
strumentazione vocale. Se si prende in esame una composizione polifonica si
osserva che quasi sempre il compositore tende a giocare sul contrasto dei
colori delle vocali facendo vocalizzare, per esempio, una vocale chiara come la
[e] contro una nota di valore cantata su una vocale scura come la [o] (o
viceversa). Il che non toglie che egli sia obbligato a mettere in musica i
testi stabiliti dalla liturgia e che se, per esempio, deve comporre un Kyrie le
vocali a sua disposizione siano soltanto tre: [i], [e], [o]. Gli va meglio
quando deve comporre degli inni perchŽ i loro testi sono opera di signori poeti
i quali hanno fatto scelte consapevoli e mirate proprio per quanto riguarda
l'aspetto timbrico delle parole e dei ritmi prosodici dei loro testi. BenchŽ
cantata a gran voce, la polifonia sacra doveva dunque essere caratterizzata
dallÕintreccio delle diverse voci messo in evidenza dalla varietˆ timbrica dei
fonemi e dalla prosodia del testo di ognuna.
Prassi esecutiva
LÕestetica del suono cambia
profondamente a seconda della prassi esecutiva adottata nellÕinterpretazione
delle musiche. La nostra espressivitˆ attuale � tesa, sia che si tratti di
quella musicale che di quella delle altre arti. Se, per esempio, qui a Roma, si
va a vedere in San Pietro i quattro Padri della Chiesa del Bernini posti
attorno alla Cattedra di San Pietro si constata che i quattro personaggi sono
avvolti in piviali articolati in piegone, pieghe e piegoline le quali formano
una gerarchia espressiva di luci ed ombre che � funzione del luogo in cui si
trovano e della luce che piove su di essi in modo calcolato.

In una pur pregevole raccolta di
monografie di scultura che posseggo si vede invece che per fotografarle sono
stati collocati di fronte alle statue dei fari e che la luce –
lÕequivalente visivo dellÕesecuzione sonora – anzichŽ dall'alto, le
colpisce frontalmente. Tutta la gerarchia di luci ed ombre che caratterizza le
statue nella realtˆ si � appiattita mentre le pieghe hanno perso il loro
significato espressivo e si sono ridotte a generica ornamentazione.

Nel braccio destro dell'ambulacro della Basilica si
trova pure il monumento di Francesco Messina a Pio XII, un altro personaggio
avvolto nel piviale, che Messina ottenne di rappresentare come vescovo di Roma
invece che come pontefice per potergli mettere in testa la mitria al posto del
triregno ed ottenere una figura complessivamente conoide. LÕintensitˆ
dellÕespressione � ottenuta questa volta per mezzo della tensione della linea
che dalla base del piviale sale fino al vertice della mitria e, mentre nel caso
dei Padri della Chiesa lÕemozione artistica � ottenuta con la ripetizione dello
stimolo visivo, data dall'alternarsi sapiente di luci ed ombre, in quello di
Pio XII � ottenuta semplificandolo ed intensificandolo.

NellÕevoluzione dellÕespressione artistica –
che � una parte dellÕevoluzione culturale dellÕespressione – ci sono
fenomeni comuni a tutte le arti, la cui maggiore evidenza in alcune pu˜ aiutare
a riconoscerli in altre. Se ho messo a confronto il movimento dei piviali del
Bernini con la linearitˆ di quello del Messina � perchŽ in musica � avvenuto un
fenomeno analogo. Chi si sia occupato di prassi esecutiva della musica
rinascimentale e barocca capisce perfettamente il senso del parallelismo:
mentre lÕespressivitˆ odierna � caratterizzata dalla tensione della frase
musicale, i documenti di prassi esecutiva sia vocale che strumentale ci
insegnano che lÕespressivitˆ dellÕepoca rinascimentale e barocca era
caratterizzata da una modulazione ritmica e dinamica in qualche modo
assimilabile ai contrasti luminosi dei quali ho appena detto e che, con un procedimento
psicologico di identificazione – procedimento che per un musicista
dovrebbe essere naturale – potrebbe farci da guida. Schematizzando molto
ci˜ che si legge nei trattati, le convenzioni esecutive antiche possono essere
riassunte in tre grandi gruppi: 1. la ÇdiminuzioneÈ o pratica di variare le
melodie sostituendo pi� note ÇminuteÈ a singole note di valore o incisi
costituiti da pi� note di valore; 2. la Çmessa di voceÈ o pratica di eseguire
le note di valore modulandone la dinamica in crescendo e in diminuendo; 3. la
ÇineguaglianzaÈ o pratica di dare accenti quantitativi alle sequenze di note di
piccolo valore allungando il valore di quella che cade sulla parte forte del
movimento – o della suddivisione del movimento – a scapito della
seconda che viene invece abbreviata. Chi � abituato a prendere gli insegnamenti
alla lettera senza sforzarsi di interpretarli trasforma queste ÇregoleÈ in un
modo di solfeggiare diverso da quello attuale, ma pur sempre solfeggio.
In paleoantropologia � procedimento abituale,
quando si ha difficoltˆ ad interpretare reperti di significato oscuro, cercare
lÕimbeccata in culture primitive attuali, di grado di sviluppo corrispondente.
LÕineguaglianza nellÕesecuzione delle figure musicali ÇminuteÈ, scritte invece
uguali, non doveva essere, mutatis mutandis, un modo espressivo sostanzialmente diverso da
quello dello swing jazzistico
dÕoggi. LÕesperienza del jazz, che ha fra i suoi mezzi di espressione la
pulsazione ritmica di figure a due a due ineguali chiamata appunto swing – pulsazione che quando viene trascritta
dalle improvvisazioni registrate in terzine ed � poi eseguita secondo le
convenzioni del solfeggio scolastico diventa insopportabile – dovrebbe
fare almeno sospettare che lÕineguaglianza esecutiva di crome scritte uguali,
richiesta dai trattati rinascimentali e barocchi non era un altro modo di
solfeggiare, ma il mezzo musicale per realizzare gli accenti prosodici della
frase musicale. Che queste indicazioni non debbano essere prese alla lettera,
ma realizzate secondo il buon senso musicale � dimostrato almeno da un esempio
musicale proposto da uno degli autori che le dˆ: Giulio Caccini; nella
prefazione alle Nuove Musiche,
infatti, per rappresentare l'accelerazione delle note nel trillo e nel groppo,
egli usa valori progressivamente dimezzati ed � evidente che egli non intende
dire che il cantore debba passare improvvisamente dal valore della semiminima a
quelli della croma, della semicroma e della biscroma, ma che semplicemente
quelle note devono essere eseguite in ÇaccelerandoÈ. Lo stesso discorso � da
fare per le messe di voce prescritte dagli stessi trattati per lÕesecuzione
delle note di valore; messe di voce la cui esecuzione implicherebbe da parte
dellÕesecutore almeno la consapevolezza della diversitˆ nella modulazione
dellÕintensitˆ del suono che distingue, per esempio, unÕesclamazione da un
sospiro. La varietˆ ritmica e dinamica data dallÕineguaglianza dei valori
nellÕesecuzione, dalla messa di voce sulle note di valore e dalle diminuzioni
che mettono in evidenza sillabe, parole, incisi o intere frasi musicali, benchŽ
ampiamente descritte nei trattati di prassi esecutiva ci lasciano immaginare
– ma purtroppo soltanto immaginare – un mondo sonoro che nella
pratica odierna, almeno per quanto mi riguarda, non ho mai avuto il bene di
ascoltare. Gli studi sulla prassi esecutiva, che, quando trasferiti nella
pratica strumentale fanno scoprire mondi sonori cos“ diversi da quelli
insegnati tradizionalmente nei conservatori, per quanto riguarda la pratica
vocale dovrebbero essere approfonditi alla luce di quanto si sa oggi dalla
fonetica. Soprattutto si dovrebbe tener conto del fatto che nei trattati di
prassi strumentale si dice costantemente che compito primo dello strumentista �
la Çimmitatione della voce humanaÈ e che, di conseguenza, ci˜ che si sente
realizzato nellÕesecuzione dai suonatori di strumenti antichi musicologicamente
preparati dovrebbe costituire lÕimbeccata per lÕinterpretazione delle musiche
vocali. Nella maggior parte dei casi, per˜, i musicisti non hanno mentalitˆ
sperimentale, non sono disposti a prendere in esame idee diverse da quelle
tradizionali e prima che si possano ascoltare nellÕambito della pratica vocale
rinascimentale e barocca almeno tentativi riconducibili a quanto giˆ avviene in
quella strumentale passerˆ certamente del tempo.
Musica profana
A differenza di quanto accadeva per la
musica sacra, affidata esclusivamente a cantori professionisti, nel campo della
musica profana � ben documentata lÕesistenza di esecutori sia professionisti
che dilettanti. Dato che stiamo parlando di estetica del suono ai tempi di
Monteverdi � il caso di ricordare che proprio da un suo rapporto al Duca di Mantova su un
contralto da assumere[35]
si deduce che era normale reclutare cantori professionisti in grado di cantare,
come in questo caso, sia in una chiesa delle dimensioni della Basilica Palatina
di Santa Barbara, sia nelle ÇcamereÈ di Palazzo Ducale. Ci˜ non accadeva soltanto a Mantova ed � ben noto, per esempio, che i cantori delle cappelle romane arrotondavano lo stipendio esibendosi nelle residenze private dei
cardinali. Il Concerto delle Dame alla corte dei Gonzaga e Giulio Caccini sono
forse, invece, gli esempi pi� noti di cantanti dediti esclusivamente alla
musica profana. Mi pare per˜ importante mettere in evidenza qui la categoria dei musicisti dilettanti, che ho giˆ
detto da quale classe sociale fosse costituita e la cui cultura umanistica era
presumibilmente tale da metterli in grado di apprezzare e restituire nel canto
quanto sto per dire.
Fonetica
Esporre in poche parole tutti i caratteri
distintivi della fonetica italiana non � evidentemente possibile. Ricordiamo
per˜ almeno quelli che la caratterizzano di pi� in relazione al suo impiego
musicale e cio� la presenza di sette vocali che costituiscono una sorta di
iride di colori fonetici fortemente caratterizzati, i quali si prestano a
generare contrasti timbrici allÕinterno delle polifonie. Per quanto riguarda la
prosodia ricordiamo poi che i tipi di accento tonico delle parole sono quattro
e che gli accenti di frase principali o secondari che corrispondono alle
diverse proposizioni del periodo possono essere estremamente vari per posizione
ed intensitˆ. Tutto questo dona alla loquela italiana una ricchezza timbrica e
ritmica che, vista in prospettiva musicale, equivale in qualche modo a quella
del materiale da costruzione in prospettiva architettonica; il musicista ha
cio� la possibilitˆ di scegliere i testi da musicare non soltanto per il loro
senso, ma anche per il loro suono cos“ come un architetto sceglie il materiale
da costruzione non solo per le sue caratteristiche meccaniche, ma anche per
quelle estetiche. Che i letterati abbiano coscienza di questo fatto appare dai
trattati sullÕargomento che emergono ogni tanto. Gian Giorgio Trissino, per esempio,
proponendo nel 1524 lÕaggiunta di nuove lettere alla lingua italiana[36]
al fine di disambiguare nella scrittura lÕuso di una stessa lettera per
significare vocali aperte e chiuse o consonanti sorde e sonore sembrerebbe
curarsi soprattutto della comprensibilitˆ; egli per˜ si pone anche il problema
di rappresentare la prosodia delle parole dimostrando una consapevolezza
completa dellÕaspetto fonetico della parola. Un anno dopo Pietro Bembo[37]
torna ad occuparsi delle lettere e del valore estetico del loro suono
prendendole in esame ad una ad una in modo non diverso da quello in cui Berlioz
prenderˆ in esame gli strumenti dellÕorchestra nel suo trattato di
strumentazione ed orchestrazione.[38]
Ancora nel 1654 Emanuele Thesauro[39],
si occuperˆ della ÇsonoritˆÈ delle vocali esasperando lÕanalisi timbrica ed
espressiva di ognuna ed � evidente che queste date chiudono un arco di tempo
nel quale rientra anche quello di Monteverdi. Gli autori citati scrivono da
letterati ed � certo che il poeta cammina per altri sentieri; � altrettanto
certo, per˜, che nellÕambiente in cui il poeta dellÕepoca vive si ha la
consapevolezza del valore sonoro delle parole mentre lÕanalisi dei testi
poetici mostra che egli non ne fa un uso soltanto istintivo. Se, per fare un
esempio, si prende in esame lÕaspetto timbrico del madrigale di Torquato Tasso
ÇEcco mormorar lÕondeÈ messo in musica proprio da Monteverdi[40]
si pu˜ osservare che le parole sono musicate non solo in relazione al loro
significato, ma anche per quanto il loro suono pu˜ esprimere o evocare; in
questo caso il mormorio delle onde e lo stormire delle fronde con tutto ci˜ che
poi segue. Tutto ci˜ comporta che un pubblico di esecutori quale era quello dei
ÇcortegianiÈ poteva almeno tentare di restituirlo nel modo migliore. Di aperte dichiarazioni
dellÕopportunitˆ, da parte dei cantori professionisti, di rispettare la
correttezza della pronunzia dellÕitaliano io conosco soltanto quella di
Pierfrancesco Tosi, pi� tarda di un secolo rispetto al periodo del quale ci
stiamo occupando: ÇSappia [il cantore] perfettamente leggere per non aver il
rossore di mendicar le parole, e per non incorrere in que' spropositi, che
derivano dalla pi� vergognosa ignoranza. Oh quanti avrebbono bisogno d'imparar
l'Alfabeto! In caso, che il Maestro non sapesse correggere i difetti della
pronunzia proccuri di apprender la migliore, poich� la scusa di non esser nato
in Toscana non esime chi canta dall'errore d'ignorarla.È[41]
Queste frasi con quelle che seguono e che qui si omettono lasciano intravvedere
ancora agli inizi del XVIII secolo la stessa prevalentemente modesta estrazione
sociale – e quindi la modesta cultura di base – dei cantori
professionisti Çdalla necessitˆ astretti a cantar nelle Chiese ˜ nelle
CapelleÈ, che traspariva giˆ pi� di un secolo prima dalle parole dello Zacconi
pi� su citate. Il fatto, del resto, che la speranza di garantire ai figli un
futuro migliore del loro inducesse i padri a far castrare i figli per
introdurli alla professione musicale lascia intuire le condizioni culturali
familiari dei cantori almeno nel caso dei castrati.
Diminuzioni
Una parte importante della ÇLetteraÈ
del Maffei � dedicata alle diminuzioni e del resto sappiamo quanti altri
trattati ci sono rimasti sulla pratica del ÇdiminuireÈ. In questa sede �
importante osservare che le diminuzioni non solo contribuivano ad accentuare il
carattere ÇintrecciatoÈ del suono delle composizioni polifoniche, ma che, a
seconda dellÕuso che ne era fatto, esse ne cambiavano sensibilmente il
carattere. EÕ il caso di osservare che, sulla base dellÕanalisi dei testi in
cui si trovano applicate, le diminuzioni possono essere classificate
approssimativamente in tre categorie: espressive, decorative e virtuosistiche;
espressive quando sono rivolte ad accentuare lÕespressione degli ÇaffettiÈ, decorative
quando sono intese ad abbellire la linea melodica arricchendola, virtuosistiche
quando sono usate per mettere in evidenza lÕagilitˆ vocale dellÕesecutore. A
seconda dellÕintento col quale sono eseguite, le diminuzioni assumono quindi
aspetti timbrici, ritmici e dinamici diversi contribuendo a variare ad ogni
esecuzione lÕestetica sonora che risulterebbe dallÕesecuzione letterale del
brano.
Espressione degli ÇaffettiÈ
Come � noto, allÕepoca di Monteverdi si
usava il termine ÇaffettiÈ per indicare quelli che oggi chiamiamo ÇsentimentiÈ
od ÇemozioniÈ. EÕ questo uno degli aspetti pi� importanti e pi� dimenticati
della ricerca musicologica e dellÕinterpretazione madrigalistica. Non lÕaveva
dimenticato per˜ Federico Mompellio che nellÕarticolo ÇUn certo ordine di
procedere che non si pu˜ scrivereÈ[42]
aveva raccolto una serie di citazioni di autori che vanno dal 1528 al 1592 e
che dimostra al di lˆ di ogni dubbio come lÕideale espressivo di tutto il XVI
secolo – ideale che non si era certamente spento con lÕanno dellÕultima
citazione – fosse una teatralitˆ del tipo di quella della Commedia
dellÕArte. Anche se degli ÇscenariÈ della Commedia dellÕArte lÕunico che ci
rimanga in qualche modo realizzato non � una commedia teatrale ma lÕAmfiparnaso di Horatio Vecchi,[43]
pur tuttavia i caratteri contrastanti e la vivacitˆ dei suoi dialoghi cos“ come
la nascente disciplina della fisiognomia e trattati di mimica come LÕarte
deÕ cenni di Giovanni Bonifacio[44]
ci fanno intuire lÕinteresse dellÕepoca per lÕespressivitˆ mimica ed i modi di
questa. ÇLe tragedie
e comedie che recitano i ZanniÈ, dei quali parla Vincenzo Galilei,[45]
non si possono recitare con faccia da giocatore di poker e lÕesperienza quotidiana ci insegna quanto la mimica
facciale ed il timbro vocale siano strettamente correlati;[46]
se quindi noi prendiamo in esame un madrigale come ÇIo non son per˜ mortoÈ di
Giaches Wert[47] con il suo
contrasto timbrico e psicologico fra i versi ÇIo non son per˜ mortoÈ e Çanzi,
ritornÕin vitaÈ dellÕepisodio iniziale e ce lo immaginiamo eseguito
adeguatamente sia dal punto di vista fonetico che da quello espressivo, ci
facciamo unÕidea dellÕestrema ricchezza timbrica, dinamica ed agogica del suono
che dovrebbe corrispondergli. EÕ inoltre il caso di tornare a citare
lÕagostiniano Lodovico Zacconi che, preoccupato della moralitˆ delle donne,
vieta loro la professione di cantatrice e nel farlo ci tramanda
involontariamente un bozzetto di vita che rappresenta la funzione anche sociale
del canto dei madrigali, il modo in cui essi erano cantati e quindi del suono
che poteva risultarne: ÇOltra che fuori de canti dedicati ˆ Dio: (che poi non
si cantano in altro loco che nelle Chiese) altro omai non si canta che le
doglie, le passioni, le pene gl'affanni, & gli martirij che per amor di
donna patiscono gli amanti: per il che i Cantori cantandole, si sforzeriano di
dirle & mostrarli ch'essi le cantano in suo fauore, quantunque anco non ci
hauessero pensiero; & cosi le direbbono s“ affettuose, & con sospiri si
caldi, che le farebbono di se stesse invaghire, & inuaghite cadder dentro
alle rete di chi fosse tra cantori piu auenturato & piu ardito; ˜ di chi
meglio l'hauesse saputo tendere.È[48]
Suono e cultura
Basta che noi ascoltiamo oggi la stessa
composizione corale eseguita da cori di nazionalitˆ diversa per capire quanto
il suono vocale sia anche un fatto culturale, determinato da un insieme
complesso di fattori. Uno di questi � la giˆ citata espressione degli affetti.
Per capire la variabilitˆ culturale del modo di esprimere la stessa emozione �
utile un esame comparativo di rappresentazioni figurative di uno stesso evento
nelle diverse culture esaminandole in senso sia sincronico che diacronico. Una
rappresentazione comoda per questa operazione pu˜ essere il Compianto sul Cristo morto
(ma naturalmente potremmo estendere il campo di osservazione a tutta una serie
di episodi evangelici, il cui testo letterario � rimasto immutato nei secoli). Il
Compianto sul Cristo morto � un soggetto dell'arte sacra cristiana, divenuto
popolare a partire dal XVI secolo e soprattutto nel Rinascimento. In esso viene
rappresentato Ges� dopo la sua deposizione dalla croce, circondato da
personaggi che ne piangono la morte e una ricerca su Internet ci offre una
comoda panoramica di queste rappresentazioni. Dato che la situazione drammatica
rappresentata � sempre la stessa, � facile mettere a confronto i diversi modi
di esprimerla e, al di lˆ dellÕovvia individualitˆ dellÕartista, appare
evidente come i suoi modi di esprimersi dipendano in tanta parta dalla cultura
alla quale egli appartiene. Per rimanere ai giorni nostri, si pensi alle
differenze fra la mimica napoletana e quella inglese. Assumendo queste immagini
come note di regia per la rappresentazione del dolore in un brano musicale e
come suggerimenti per il Çgesto vocaleÈ – il timbro, lÕintensitˆ degli
accenti, lÕineguaglianza delle note puntate, ecc. – possiamo immaginare
almeno le differenze nel suono vocale da una regione o da una nazione
allÕaltra, ma anche, allargando il discorso, da unÕepoca allÕaltra.
Tecnica vocale
A conclusione
di quanto finora osservato � possibile fermarsi a meditare sui caratteri
specifici della tecnica vocale da camera. Come giˆ detto, salvo la minore
entitˆ dellÕimpegno muscolare, essa non doveva essere sostanzialmente diversa
da quella da chiesa. Proprio il giˆ citato rapporto di Monteverdi al Duca di
Mantova su un contralto da assumere[49]
induce a pensare che la tecnica vocale di base, salvo, come detto, un diverso
impegno muscolare nelle diverse situazioni, fosse fondamentalmente la stessa. Che
poi a seconda della necessitˆ o dellÕopportunitˆ sociale si studiasse per
cantare in modo diverso lo abbiamo visto leggendo lo Zacconi (cfr. nota 6); il
che non toglie che esistessero cantanti professionisti, che oggi chiameremmo
specificamente Çda cameraÈ, cos“ come i giˆ citati Giulio Caccini e le sue
figlie o le tre cantatrici del Concerto delle Dame della Corte di Ferrara. La
tecnica vocale da camera non richiede la potenza di quella da cappella perchŽ
il canto a gran voce in ambienti pi� ristretti di quello di una chiesa, anche
se le sale gentilizie non erano certamente piccole, come appunto dice lo
Zacconi avrebbe disturbato. Dalla potenza del suono di strumenti come il liuto
o il clavicembalo, pensati per essere usati Çnelle camereÈ come strumenti
solisti certamente, ma anche per accompagnare il canto, si pu˜ dedurre
lÕintensitˆ della voce usata in quegli ambienti. Il passo del Banchieri citato,
dato il tono scherzoso (cfr. nota 12), si riferiva evidentemente ai limiti di
estensione ed alla qualitˆ delle voci dei normali cantori dilettanti,
solitamente in possesso di doti vocali normali e di una tecnica meno agguerrita
di quella dei cantori professionisti. Se per˜ ci fermiamo ad analizzare le
musiche scritte esplicitamente per questi ultimi, stanti le prestazioni vocali
richieste dalla scrittura possiamo ricavare le potenzialitˆ tecniche ed
espressive della loro voce. Casi emblematici sono quelli di Giulio Caccini e
delle tre dame della corte di Ferrara,[50]
cantanti dei quali ci rimangono musiche scritte a loro misura e che, se
analizzate attraverso le griglie opportune, dicono molto pi� della
straordinaria agilitˆ vocale che ad un primo esame sembrerebbe essere il loro
carattere prevalente. Nel caso di Caccini occorrerebbe, per esempio, unÕanalisi
semiologica dei gruppi ritmici da lui impiegati nellÕespressione degli affetti
e di ci˜ che essi implicherebbero nellÕesecuzione. In quello dei madrigali di
Luzzaschi,[51] come giˆ
detto scritti specificatamente per le tre dame, lÕuso delle vocali [i] ed [u]
ai limiti inferiore e superiore dellÕestensione vocale, uso peraltro contrario
ai precetti di tutti i teorici, lÕanalisi fonetica lascia intravvedere la
ricchezza appunto fonetica del suono vocale delle tre cantatrici in tutta
lÕestensione. Per mettere in evidenza come tutti i documenti di varia natura
finora citati convergano nel configurare una tecnica vocale in cui lÕagilitˆ,
la comprensibilitˆ e lÕespressione degli affetti erano portate al massimo delle
possibilitˆ bisognerebbe entrare in discorsi di fonetica e di fisiologia
fonatoria. E non � questa la sede.
[1]
Manuel Gar�ia, TraitŽ complet de l'art du chant en deux parties
par M.G., Paris, Chez lÕAuteur, 1847. Il TraitŽ avrˆ
altre cinque edizioni. SullÕultima, quella del 1872, si fonda quella italiana a
cura di Stefano Ginevra, Torino, Giancarlo Zedde Editore, 2001.
[2]
Stefano Arteaga, Le rivoluzioni del teatro musicale italiano..., Bologna,
Trenti, 1785, II, p. 49-50: ÇDal Jumella in quaÉ Si � multiplicato allÕeccesso
il numero dei violini, si � dato luogo nellÕorchestra a gli strumenti pi�
romorosiÉ Tra il fracasso dellÕarmonia, fra i tanti suoni accavallati lÕuno
sopra lÕaltro, tra i milioni di note, che richieggono il numero e la varietˆ
delle parti, qual � il cantore la cui voce possa spiccare?È.
[3]
Mauro Uberti, Acustica della voce in ÇAcustica musicale ed architettonicaÈ, Torino, UTET,
2005, p. 523.
[4] Gustavo
Magrini, Il canto. Arte e tecnica, Milano, Hoepli, 1926: ÇDobbiamo dunque cercare di
attenuare la caratteristica del timbro di ciascuna di queste tre vocali A I U,
arrotondarle e rendere appena sensibile la diversitˆ di timbro di ciascuna di
esse: in altri termini, neutralizzarle e fonderle quasi fra di loro, per
ottenere non pi� un suono naturale su ciascuna vocale, ma un suono diverso, che, pur variando
alquanto a seconda della vocale, sarˆ pi� modulato, complesso, cantabile e ci
porterˆ ad un timbro unico ed uniforme, base essenziale dellÕarte del canto.
[5]
Gio. Camillo Maffei, lettera ÇAl Molto Reverendo Padre Fra Teofilo FuscoÈ in Delle
lettere del S.or G.C.M. da Solofra libri due. Dove tra gli altri
bellissimi pensieri di Filosofia, e di Medicina, vÕ� un discorso della Voce e
del modo dÕappare di cantar di garganta senza maestro, non pi� veduto,
nÕistampatoÉ,
Napoli, Amato, 1562, pp. 198-199.
[6]
Lodovico Zacconi, Prattica di musica utile et necessaria si al compositore si
anco al cantore, Venezia, Polo, 1592, I, c. 52v: Ç& chi dice che
col gridar forte le uoci si fanno; sÕinganna doppiamente, prima perchŽ molti
imparano di cantare per cantar piano & nelle Camere, oue sÕabborisce il
gridar forte, & non sono dalla necessitˆ astretti a cantar nelle Chiese, ˜
nelle Capelle oue cantano i Cantori stipendiati; & questi sono i
Gentlhuomini: & gli altri che non hanno dibisogno per questa uia di
guadagnarsi il pane:È.
[7]
Baldassarre Castiglione, Il Cortegiano, Venezia, Aldo, 1528 (prima edizione).
[8]
Cio� capace di leggere con sicurezza la musica a prima vista.
[9]
B. Castiglione, Il Cortegiano, Venezia, Cavalcalovo, 1565, I, p. 98: ÇLa Musica
convenirsi al CortegianoÈ.
[10]
Id., op. cit.,
III, p. 274: ÇCostumi
& esercitij del corpo di diverese (sic) donneÈ.
[11]
Pubblicato in: Cinquanta Canzoni a quatro voci di M. Francesco de LayolleÉ
Impresse in Lione per Jacopo Moderno (s.d.). Pubblicato anche (il pi� delle volte sotto il nome
di Layolle) in: Il Primo Libro di madrigali dÕArchadelt a quatro vociÉ In
Venetia Apresso Antonio Gardano 1546, e nelle numerose ristampe di questÕopera fino al 1654
(cfr. Vogel).
[12]
Adriano Banchieri, Cartella musicale nel canto figurato..., terza
edizione, Venezia, Vincenti, 1614, p. 146: ÇQuattro voci differenti ricercansi
al perfetto Conserto Musicale, & queste sono Soprana, Alta, Corista &
Bassa, il Cantore che possiede l'una di queste, in tre condicioni la possiede,
cio� voce di testa, voce di petto & voce obtusa; quello che dalla natura
viene dotato della prima, � Cantore perfettissimo; quello che ha voce di petto
� Cantore perfetto, & chi tiene in se voce obtusa, � Cantore imperfetto,
& prima: voce di testa intendesi quella, che in Soprano, senza incomodo
aggiunge ad una distanza di dodeci voci, similmente le altre parti come qu“.
[Esempi musicali con lÕestensione delle quattro voci] Voce di petto intendesi
quella che giunge alla distanza di dieci voci, & volendo procedere pi� sœ non
puo & rende noia in vederlo & sentirlo, chi possiede vna di queste dui
voci (che sia soaue & bene organizata) � dono particolar di Dio; della
terza voce obtusa, diremmo sia quella, che in Soprano sembra vna Cattina, in
Contr'alto un Ciucho, in Tenore vn Asino, & nel Basso un Bue...È
[13] L.
Zacconi, op. cit.,
c. 77r.
[14] L.
Zacconi, op. cit.,
c. 77v.: ÇLÕultime che sono le meramente obtuse, sono quelle voci che per ordinario si sogliano
chiamar mute, le quali fra lÕaltre per gagliarde che siano (che alfin possano
essere) non si sentano mai, ma sono tanto quanto che se non vi fosseroÈ.
[15] L.
Zacconi, op. cit.,
c. 77r.: ÇQuelle uoci che sono meramente di testa sono quelle che escano con un
frangente acuto & penetrativo senza punto di fatica del producente: le
quali per lÕacutezza loro percuotano si gagliardamente lÕorecchie nostre, che
se bene ci sono delle altre voce maggiori & pi� gagliarde; sempre quelle
appariscano allÕaltre superioreÈ.
[16] Il
Coro dellÕArmata Rossa, che dopo il collasso dellÕURSS ha cambiato denominazione ed � chiamato
Coro dell'Esercito Russo o Complesso Aleksandrov, fu creato dal Club Centrale dell'Esercito a Mosca nel 1928. Era ed �
composto da sole voci maschili, unÕorchestra e un corpo di danza. Il suo
repertorio ha sempre compreso canti popolari e canti patriottico-militari
russi. Ora comprende anche inni ecclesiastici ortodossi.
[17] La
Cantoria � degli anni 1431-1438. LÕesame particolareggiato degli
atteggiamenti articolatori dei putti rappresentati in questa e nelle altre
formelle della Cantoria, stante lÕattenta osservazione e fedele riproduzione da
parte dello scultore, mostra come forse in nessun altro caso della storia
dellÕarte la variabilitˆ del comportamento articolatorio in soggetti che pure
erano stati selezionati per le loro doti naturali.
[18] Cfr.
M. Uberti, ÇTecnica vocale naturaleÈ in Acustica musicale e architettonica, p. 518.
[19] Il
maestro di canto,
incisione di Richard Dalton tratta da: Eighty-Two Prints engraved by
Bartolozzi &c from the Original Drawings of Guercino, in the Collection of
His Majesty,
John
& Josiah Boydell, London, ca. 1800.
[20] LÕabbigliamento
del Cantore �
quello di un popolano e non di un ÒcortegianoÓ, ma la classe sociale del
personaggio raffigurato � fatto indipendente dal suo atteggiamento nel canto.
[21]
C. Maffei, op. cit.,
lettera ÇAllÕIllustrissimo Signor Conte dÕAlta VillaÈ, p. 34. La lettera �
pubblicata anche allÕindirizzo: http://www.maurouberti.it/vocalita/maffei/lettera.html
dove � possibile ascoltare la sintesi elettronica degli esempi musicali in essa
compresi.
[22]
Andrea Vesalio, Andreae Vesalii bruxellensis, scholae medicorum
Patavinae professoris, de Humani corporis fabrica Libri septem, Basilea,
ex officina Ioannis Oporini, 1543, p. 153. A. Vesalio: ÇAc caput quidem hoc
asperae arteriae [= trachea] (É) primum tribus constituitur cartilaginibus,
quarum prima maxima amplissimaque & anterior est, foris
quidem gibba, intus autem sima, scuto quodammodo similis, non
rotundo, sed praelongo, quali veteres in praelijs usos,& Turcarum aliquot
adhuc, in navibus praesertim, uti cernimus. C. Maffei: ÇIl capo de la canna [=
trachea] � composto di tre cartilaggini, delle quali la pi� grande ˆ guisa
di scudo ˆ noi si mostra: et � quel nodo, che nella gola di ciascun'huomo
si vede, la qual'essendo fatta per difesa di quello luogo cosi dura, e simile
allo scudo, si fa chiamare scudiformeÈ. Diversa fra i due � la relazione
stabilita fra il nome e la causa di questo.
[23] Giovanni
Battista Mancini, Riflessioni pratiche sul canto figurato..., Terza
edizione, Milano, Galeazza, 1777 p. 65. La prima edizione era apparsa a Vienna
col titolo: Pensieri e riflessioni pratiche sopra il canto figurato nel 1774.
[24] Girolamo
Mercuriale, Artis gymnasticae apud antiquos celeberrimae, nostris temporibus
ignoratae, libri sex,
Venezia, Giunta, 1601, p. 155.
[25] Mauro
Uberti, ÇDell'esercizio della voce, e prima della vociferazione e del cantoÈ, ÇHieronimus Mercurialis
ForlivensisÈ - Colloquio in omaggio al primo medico dello sport - Olimpiadi Invernali
2006, Universitˆ di Torino - Dipartimento di Biologia Animale e dell'Uomo,
Torino, 26-28 gennaio 2006.
http://www.maurouberti.it/mercuriale/mercuriale.html
[26] Gabriele
Falloppio (1523 ca. – 1562), citato da Bernardino Ramazzini da Carpi, in De
morbis artificum diatriba, Pavia, Conzatti, 1718, p. 295: ÇId potissimum in Cantoribus, &
et Monachis observavit Fallopius noster: Cantores, ait ille, qui gravem vocem faciunt, Bassum
vulgo vocant, necnon cucullati isti Monachi sunt ut plurimum herniosi, nam continuo
clamitant, ad clamorem autem, & magnam vocem concurrunt musculi abdominisÈ. Prima edizione: Modena,
Capponi, 1700.
[27] L.
Zacconi, op. cit.,
I, c. 58v.
[28] Joan Baez,
all'anagrafe Joan Chandos Baez (New York, 9 gennaio 1941), � una cantante
statunitense di musica folk.
[29] Des'ree,
nome d'arte di DesirŽe Annette Weeks (Barbados, 30 novembre 1968), � una
cantautrice britannica di origine barbadiana.
[30] Dagli elenchi dei cantori della Cappella Giulia negli anni
1571-89, pubblicati da Giancarlo Rostirolla nel suo studio La Cappella
Giulia in San Pietro negli anni palestriniani (Atti del Convegno di studi palestriniani - 1975, Palestrina, 1977, pp.
172-202) appare che in quegli anni il numero dei cantori era variato fra un
minimo di 13 ed un massimo di 19.
[31] In
Buccinate in neomenia tuba (Symphoniae Sacrae, 1615) si trovano quattro cori, dei
quali tre a cinque voci ed uno a quattro.
[32] G.
Mercuriale, op. cit., III, ÇDe Vociferatione, & risuÈ. Cap. VII.
[33] Il
medico e trattatista Bernardino Ramazzini (1633–1714) prese in esame ed
analizz˜ le condizioni di lavoro e le malattie da esse derivanti di un elevato
numero di mestieri. La sua De morbis artificum diatriba (Modena, Capponi, 1700) �
considerata l'atto fondante della medicina del lavoro.
[34] B.
Ramazzini, op. cit.,
Pavia, Conzatti, 1718, p. 294: ÇNullum xercitii genus reperire est tam salubre,
tam innoxium, quod intemperanter adhibitum graves noxas non inferat, quod satis
experiuntur Phonasci, Cantores, Oratores Sacri, Monachi, Moniales quoque ob
continuam in Templis Psalmodiam, Rabulae forenses, Praecones, Anagnostae,
Philosophi in Scholis ad ravim usque disputantes, & quotquot alii, quibus
cantus, & vocis exercitatio Artis loco est. Hi ergo, ut plurimum, herniosi
fieri solent, si Spadones excipias, quibus execti sunt testes. Ob longam enim,
arctatamque aeris expirationem pro cantus modulatione, seu recitatione, musculi
abdominis respirationis muneris inservientes, necnon Peritonaeum laxitatem
contrahunt, unde Herniae inguinales facili negotio succedunt, non secus ac in
Pueris, quibus ob nimiam vociferationem, & ploratum tumores in inguinibus
apparentÈ.
[35] Claudio
Monteverdi, Lettere, dediche e prefazioni (a cura
di D. De' Paoli), Roma, De Santis, 1973, p. 48.
[36] Gian
Giorgio Trissino, Epistola de le lettere nuovamente aggiunte alla lingua
italiana, 1524.
(http://hal9000.cisi.unito.it/wf/BIBLIOTECH/Umanistica/Biblioteca2/Libri-anti1/Libri-anti/image230.pdf).
[37] Pietro
Bembo, Prose della volgar lingua, libro secondo, X, Venezia, Tacuino, 1525.
[38] Hector
Berlioz, Grand traitŽ d'instrumentation et d'orchestration modernes: contenant le
tableau exact de l'etendue, un appercu du mecanisme et l'etude du timbre et du
caractere expressif des divers instrumens, accompagnŽ d'un grand nombre
d'exemples en partition, tirŽs des oeuvres des plus grands ma”tres, et de
quelques ouvrages inedits de l'auteur: oeuvre 10.me / par H. B., Paris,
Schonenberger, 1843.
[39] Emanuele
Thesauro, Cannocchiale aristotelico, ossia Idea dell'arguta et ingeniosa
elocutione che serve a tutta l'Arte oratoria, lapidaria, et simbolica esaminata
coÕ Principij del divino Aristotele, Torino, Sinibaldo, 1654.
[40] Claudio
Monteverdi, Il Secondo Libro de Madrigali a cinque voci, 1590.
[41] Pierfrancesco
Tosi, Opinioni de' cantori antichi, e moderni o sieno osservazioni sopra il
canto figurato,
Bologna, Lelio dalla Volpe, 1723, p. 51.
[42] Federico
Mompellio, ÇUn certo ordine di procedere che non si pu˜ scrivereÈ in Scritti
in onore di Luigi Ronga, Milano-Napoli, Riccardo Ricciardi Editore,
1973 (http://www.maurouberti.it/vocalita/mompellio/mompellio.html).
[43] Horatio
Vecchi, LÕAmfiparnaso comedia armonicaÉ, Venezia, Gardano, 1597.
[44] Giovanni
Bonifacio, LÕarte deÕ cenniÉ, Vicenza, Grossi, 1616.
[45] Vincenzo
Galilei, Fronimo Dialogo di V.G. fiorentino [ ... ],
Venezia, Girolamo Scotto, 1568, p. 30. Cfr. F. Mompellio, op. cit.
[46] Mauro
Uberti- Oskar Schindler, Contributo alla ricerca di una vocalitˆ
monteverdiana: il ÔcoloreÕ, in ÇClaudio Monteverdi e il suo tempo". Congresso
Internazionale Monteverdiano - Venezia, Mantova, Cremona: 3-7.5.1968, Scuola di
Paleografia Musicale, Cremona, 1968, pp. 519-53.
[47] Giaches
Wert, Di G. de W. l'ottavo libro de madrigali a cinque voci, Venezia,
Angelo Gardano, 1586.
[48] Lodovico
Zacconi, Prattica di musica, Girolamo Polo, Venezia, 1592, I, c. 54r. Ed. anastatica
Forni, Bologna, 1967.
[49] Claudio
Monteverdi, Lettere, dediche e prefazioni (a cura
di D. De' Paoli), Roma, De Santis, 1973, p. 48.
[50] Laura
Peperara (1563-1600), Anna Guarini (1563-1598) e Livia DÕArco (?-?).
[51] Luzzasco
Luzzaschi, Madrigali di L.L. per cantare et sonare a uno, e doi, e tre
sopraniÉ, Roma,
Verovio, 1601.