GUIDO ANGELINO

Duplicità della lingua Latina

Qualche anno fa è accaduto un fatto che ritengo di importanza notevolissima: un docente di Latino dell'Università di Lione, il prof. Andrea Arcellaschi, volendo un giorno rilassarsi un poco, accese il suo apparecchio radio e ne udì uscire una voce che parlava Latino. Preso da viva curiosità si pose in ascolto. Si trattava di una trasmissione dalla città tedesca di Saarbrucken.

Lo stesso professore descrisse poi nella rivista francese Vita Latina (Avignone, a. 1983, fasc. 90, pag. 25) ciò che provò ascoltando quella voce lontana e sconosciuta:

« Je suis demeuré obstupéfait dévant la découverte d'une chose pourtant bien étonnement simpliste (io son rimasto stupefatto dinanzi alla scoperta di una cosa davvero sbalorditivamente semplice) et à laquelle j'aurais du songer depuis longtemps (e alla quale io avrei dovuto pensare da molto tempo). Voici ce que j'ai découvert écoutant cette radio: le Latin est une langue simple, quand il est parlé, et qu'il parle de la réalité (Ecco ciò che ho scoperto ascoltando quella radio: il Latino è una lingua semplice, quando è parlato e parla della realtà). J'ai désormais compris, avec un retard coupable, pourquoi le Latin a pu s'imposer facilment aux peuples qui l'on entendu parler dans la rue e sur le vif. (ho ormai compreso, con questo colpevole ritardo, perché il Latino ha potuto imporsi ai popoli che l'hanno sentito parlare per le vie e nella vita di ogni giorno.) J'ai enfin pris conscience qu'il y avait deux niveaux linguistiques pour la pratique de cette langue, (Ho finalmente preso coscienza che c'erano due livelli linguistici per la pratica di questa lingua) comme cela s'observe généralment pour toutes les autres langues. (come ciò si osserva in generale per tutte le altre lingue).... En ce qui concerne le Latin, l'abime qui sépare l'écrit et l'oral est plus vertigineux. (Per quanto concerne il Latino, l'abisso che separa lo scritto e l'orale è più vertiginoso.) »

E tale è in realtà lo stato delle cose per quello che riguarda la lingua Latina: esistono veramente due lingue Latine, profondamente diverse tra di loro: da una parte la lingua letteraria, quella dei grandi Autori della Latinità, della quale sempre si è trattato in questi ultimi due secoli nelle scuole Europee, lingua ardua, dalla sapiente e complessa architettura, pervasa da una sua segreta onda musicale, dall'altro la lingua che io chiamo colloquiale, che i Romani per circa dieci secoli usarono in casa, per le vie, nel fori, conversando confidenzialmente tra di loro.

E che queste due lingue differiscano risolutamente l'una dall'altra lo si desume facilmente dal fatto che esse scaturiscono da due atteggiamenti mentali nettamente diversi: coloro che usano la lingua colloquiale si propongono soltanto di comunicare con chiarezza e semplicità i propri pensieri e le proprie necessità, mentre quando l'Autore Latino prendeva in mano lo stilo, si proponeva di creare una raffinata opera d'arte, appunto come dicono i Tedeschi, una Kunstprosa, ubbidendo alle molteplici e squisite leggi dell'arte retorica.

Colui che per primo intuì e coltivò esplicitamente l'arte retorica fu il notissimo sofista e oratore Greco-siculo Gorgia che, colpito dalla grande efficacia psicacogica della poesia, efficacia che scaturiva sia dalla misteriosa onda musicale suscitata dalla ricchezza delle formule metriche, sia dalla abbondanza delle figure di pensiero e di parola (anastrofe, antitesi, onomatopea, ironia, isocolia, iperbole, iperbato, litote, chiasmo .... ) e dall'uso di parole e di immagini ricercate, si propose di trasferire queste tecniche poetiche anche nella prosa, onde comunicarle una capacità di commozione e di persuasione simili a quelle destate dalla poesia negli ascoltatori e nei lettori.

Applicando alla sua eloquenza questi principi, fu presto considerato nella sua città il principe degli oratori, sicché quando la città di Lentini, sua patria, pensò di inviare ad Atene un'ambasceria per chiedere alla potente città Greca aiuto e sostegno contro le mire espansionistiche della vicina Siracusa, a capo di essa fu posto Gorgia. E nel 427 a.Ch., quando giunse ad Atene e tenne al cospetto degli Ateniesi la sua orazione, destò grande ammirazione e stupore tra quegli studiosissimi di eloquenza quali erano gli Ateniesi, che fecero tesoro di questa originale forma di Kunstprosa; colui poi che la portò alla massima perfezione appunto in Grecia fu Isocrate e Cicerone, arricchendola, in Roma.

Il 427 a.Ch. può davvero essere considerato come l'anno della nascita ufficiale della retorica, che non conoscerà più tramonto sia nel mondo antico come nel moderno, in quanto essa è l'arte che insegna ad esprimere pensieri e sentimenti nel modo più vivo, più efficace e più elegante.

In quanto poi all'altra lingua Latina, quella che ho chiamato colloquiale, si può chiedere se di essa esistono documenti. Ce ne sono, anche se pochi, tra i quali gli Acta martyrum, cioè le relazioni degli amanuensi dei tribunali ove si svolgevano i processi contro i Cristiani, e le Passiones martyrum, cioè i racconti delle vicende dei giorni precedenti il martirio, spesso composti dai martiri stessi, continuati poi da qualcuno del gruppo di Cristiani presenti al processo, gruppo che poi si curava di comporre piamente nel sepolcro le membra straziate dei martire.

Ascoltiamo una breve pagina della Passio Perpetuae et Felicitatis, scritta dalla stessa Perpetua, che subì con la compagna Felicita il martirio intorno al 200 nella cittadina di Tuburbone, vicina a Cartagine.

Vi si narra l'interrogatorio da parte dei procuratore Ilariano, l'improvvisa apparizione del padre di Perpetua con in braccio il figlio di Perpetua, partorito da poco, che cerca di distogliere la figlia dalla fede cristiana e tenta di trascinarla via ed è fatto percuotere dal magistrato Romano. Segue la condanna di tutto il gruppo dei cristiani ad essere sbranati dalle fiere.

E' una pagina sobria e potente e che desta nel lettore una commossa partecipazione:

<<Alio die cum pranderemus, subito rapti sumus ut audiremur (per l'interrogatorio) et pervenimus ad forum. Rumor (la notizia) statim per vicinas fori partes cucurrit et factus est populus immensus. Ascendimus in catastam (sul palco); interrogati, ceteri confessi sunt, ventum est et ad me et apparuit pater ilico cum filio meo (era ancora lattante) et extraxit me de gradu (tentò di farmi scendere dal gradino) supplicans: "Miserere infanti!" Et Hilarianus procurator: "Parce - inquit - canis patris tui, parce infantiae pueri. Fac sacrum pro salute imperatoris." Et ego respondi: "Non faciam". Hilarianus: "Christiana es?" et ego respondi: "Christiana sum." et cum staret pater ad me deiciendam (a strapparmi via), iussus est ab Hilariano deici (che fosse cacciato via) et virga percussit et doluit mihi casus patris mei, quasi ego fuissem percussa. Sic dolui pro senecta eius misera.
Tunc nos universos pronuntiat
(nomina tutti) et damnat ad bestias, et hilares descendimus ad carcerem (avviati al carcere).>>

E' sorprendente la somiglianza di struttura di questa pagina con la struttura delle lingue neo-latine del nostro tempo (portoghese, spagnolo, francese, italiano, rumeno), somiglianza che non deve tuttavia stupire; è noto infatti che le lingue neo-latine non sono derivate dalla solenne e architettonica prosa Latina dei Classici, ma dalla nitida e semplice lingua colloquiale, cotidiana, usata in tutto l'impero Romano. Quando poi l'impero Romano si dissolse, questa lingua si fuse, nelle varie province dell'impero più a lungo romanizzate, con i vari strati linguistici originari di ogni popolo, strati che durante l'impero erano stati sopraffatti dal Latino e che allora riemersero e lentamente si mescolarono col latino parlato e dettero origine alle lingue che chiamiamo neo-latine o romaniche

Ora accennerò a un interrogativo di me studente ginnasiale. Mi chiesi allora più volte come potesse avvenire che, mentre il professore italiano di francese sapesse con sicurezza esprimersi in francese (che era allora l'unica lingua straniera studiata nelle scuole italiane), i professori di Latino non si azzardavano mai a parlare in Latino.

Soltanto quando divenni professore di Latino potei rispondere a questo interrogativo.

Il professore di Latino può innegabilmente definirsi un lessico Latino vivente, tale è il gigantesco cumulo di sostantivi, aggettivi, pronomi, preposizioni, congiunzioni, verbi, avverbi Latini che egli negli anni ginnasiale, liceali, universitari e poi durante il suo curricolo di docente ha immagazzinato nella sua memoria, ma tutta questa imponente massa di vocaboli giace nella sua mente confusamente mescolata insieme, quasi sopita, priva di una opportuna velocità di presentazione dinanzi alla mente e di qui alla bocca.

Occorre dunque una geniale esercitazione che sdipani quella massa, la disciolga e le comunichi prontezza e speditezza. E questa esercitazione esiste, non costa nulla ed ha effetti miracolosi, esercitazione che io raccomando sempre soprattutto ai giovani professori e professoresse, abitualmente propensi a esperienze nuove e audaci.

Eccone rapidamente la descrizione:

Il professore, immaginando di parlare ai suoi studenti, passeggiando nel suo studio, pronunziando le parole Latine con chiarezza e ad alta voce, inizi ad esporre lento ed in un latino elementare una semplicissima regola Latina o una breve favola di Fedro. Tenga a portata di mano il lessico Latino, in caso di qualche vuoto di memoria.

Ecco due esempi:

Nunc explicabo vobis aliquas notiones de verbis. Verba dividuntur ante omnia in duas classes, verba transitiva et intransitiva: sunt transitiva quae indicant actionem quae transit a Subiecto in quoddam Obiectum. Sint exempla:
Pater interdum punit filios neglegentes - Venatores necaverunt ursum - Ego secui herbam in meo viridario.

Vocantur contra intransitiva verba quae indicant actionem quae remanet in Subiecto, exhauritur in illo. Ecce exempla:
Meus feles mortuus est - Illi currebant maxima velocitate - Hic vivimus optime - Post cenam ambulabis.

Nunc videamus peculiaritatem verborum transitivorum: generatim illi regunt Accusativum. Hac ratione ego dixi:
Pater punit filios - Venatores necaverunt ursum.

Contra, in lingua Italica, verba transitiva relinquunt intacta sua Obiecta. Nos Itali dicimus:
L'orso
correva - I cacciatori uccisero l'orso
L'erba è cresciuta troppo - E' tempo di tagliare l'erba.

Contra lingua Latina mutat desinentias Obiectorum sic:
Ursus
currebat - Illi necaverunt ursum
Herba
crevit nimis- Est tempus secandi herbam.

Hacc est prima difficultas in quam incurrimus nos Itali, dum discimus linguam Latinam: ponere in Casu Accusativo Obiecta verbi transitivi.

Vediamo ora una breve favola di Fedro. esposta in un nitidissimo Latino:

Vulpes, coacta fame, conabatur altis saltibus arripere racemos uvae qui pendebant ab alta vinea; post multa conamina, cum non valuisset attingere uvam, cessavit saltus et discessit murmurans: <<Nondum matura est, nolo acerbam sumere>>. Similiter agunt qui, cum non possint perficere aliquid, illud detrectant.

Evidentemente, il professore può variare in mille modi queste sue esercitazioni; ciò che conta è che per almeno dieci giorni vi si applichi con generosa costanza. Alla fine si accorgerà, con un brivido di commozione e di stupefazione, di essere in grado di manifestare, cautamente e lentamente, i suoi pensieri in un Latino piano e lucido, ma assolutamente legittimo.

Da quel momento, l'incantamento del Latino vivo non lo lascerà più, ed egli seguiterà ad esercitarsi, rendendo man mano più spedito e pian piano più ricco il suo Latino, e insieme sorgerà in lui il desiderio di rendere partecipi di questa affascinante esperienza anche gli studenti. E c'è uno stratagemma col quale il professore, che con l'esercitazione di cui ho detto abbia raggiunto la capacità di esprimersi in un limpido Latino colloquiale, può cominciare l'iniziazione dei suoi studenti ad un nitido Latino vivo. Eccolo:

il professore prepari nel suo studio una lezione su qualche argomento, di cui sta trattando in classe, in un Latino accessibile e piano, indi la impari perfettamente a memoria. Quando sente di padroneggiarla con piena sicurezza, un giorno, in classe, ex abrupto annunzi che terrà loro una lezione tutta in Latino.

Tra lo stupore e il silenzio subito diffusisi per l'aula, attacchi, con voce lenta e sonora e bene articolando le parole, la lezione.

Quando avrà terminato, suonerà un applauso (parlo per esperienza) e insieme, da parte degli studenti, la preghiera di offrire loro di nuovo lezioni così nuove e stupefacenti.

In questo modo a sorpresa gli studenti verranno iniziati al Latino vivo e si desterà in loro l'attrattiva e il fascino di un metodo che li condurrà a penetrare nel cuore della lingua Latina, che presto apparirà loro non più come una cosa morta, ma anzi come una lingua accessibile e lucida, e in più come eccellente propedeutica per accedere alla complessa e architettonica lingua dei Classici Latini, Autori che essi cominceranno a non sentir più come Scrittori astrusi e di un tempo lontanissimo, ma come cittadini di un'unica amplissima respublica Latina.

Se dunque potrà avvenire, con l'aiuto della esercitazione a cui ho accennato sopra, che noi professori di Latino riusciamo ad esprimere nostra cogitata in un Latino elementare e diretto e ad attrarre i nostri studenti a sentire il fascino del Latino vivo, colloquiale, avremo raggiunto una meta memorabile.

Chi poi voglia trovare trattato più ampiamente l'argomento del Latino vivo, veda in Latinitas, la Rivista Latina del Vaticano (Città del Vaticano, 00120 Roma), nel fascicolo del mese di Dicembre 1999, a pag. 341 e sqq., un mio articolo dal titolo De praestanti methodo docendi et discendi linguam Latinam.