ANGELO MERLATTI

Che profonda emozione quella Messa in latino
La si potrebbe proporre almeno nelle feste natalizie

(da «Provincia Granda», 16 febbraio 1990)

Ringrazio Dio per aver ornato di tanti splendori il cielo infinito, per l'aurora dai colori struggenti e per il dono della lingua latina. Lo ringrazio pure per aver mandato nella diocesi torinese il vescovo mons. Saldarini.

A mezzogiorno della vigilia di Natale, entrai nella chiesa della Misericordia, a Torino, presso via Garibaldi. La trovai gremita di fedeli in profondo raccoglimento e in grande silenzio. Cominciò quindi a diffondersi, per le navate dei tempio, una musica che io credevo ormai spenta Ubique et tempus in omne. «Regem venturum Dominum», udii piovere deliziosamente dall'alto, «Venite Adoremus».

Per un attimo la mia vista si ottenebrò per la violenta emozione. Poi, gradatamente, il mio spirito, elevandosi sulle ali di quelle note soavi, spaziava in un mondo di luce vivissima e senza confini. Successivamente udii «Adoro te devote» per intero e in una musica che penso composta da uno spirito celeste. E poi ancora un sottofondo musicale accompagnò il salmo 42 dell'inizio della Messa.

O lucem candidiore nota!. Io - pro dolor! - nulla so di strumenti musicali, ma l'armonia dei suoni ha il potere di estraniarmi dal contingente, e credo che all'organista fossero affiancate potenze spirituali con le arpe che usano da quelle parti. Seguirono con mia profonda commozione, le letture bibliche nella carezzevole lingua del più grande Padre della Chiesa, l'ipponate Agostino, maestro procul dubio (a differenza di certi teologi moderni).

Al «Sanctus» ebbi la sensazione indescrivibile che sulla tribuna dell'organo, al posto della Schola cantorum fosse discesa una legione di cherubini, e nella sacralità del momento anche i fedeli si unirono al coro inneggiando alla maestà di Dio onnipotente. Altro che monotonia e sbadigli o diffusa sonnolenza!

Osservai pure attentamente il comportamento devoto dei giovanissimi e ne fui vivamente meravigliato, e molto edificato, per la chiarezza e precisione delle parole latine da essi pronunciate.

Con una nota di dolcezza profonda notai pure la presenza di una piccina di cinque o sei anni, bionda con le manine giunte e così bella, che mi sembrò un serafino disceso sulla terra nell'imminenza delle feste natalizie.

Mi piacerebbe che anche a Mondovì, civitas nimis mihi dilecta, si celebrasse qualche volta la Messa in latino.

Son sicuro che molti fedeli sarebbero oltremodo contenti, essendo elevato il numero dei monregalesi in grado di intendere simultaneamente le parole senza l'ausilio del vocabolario.